mercoledì, luglio 6

LACRIME (Epilogo)

A Nicoletta non penso più. Ad essere sincero, non ci ho mai pensato. Lo dico senza nessun rimorso, dopotutto sono il più finto supereroe della terra, perché mai dovrei sentire rimorso? Di cosa poi? Non ho mai fatto discorsi con lei del tipo. Ne ho solo preso quello che c’era da prendere. Io che avrei dato il mondo, se solo.
A Nicoletta non penso più. Non ci ho mai pensato, veramente, ma è bene mettere in chiaro che a Nicoletta ci pensano più gli altri che non sanno niente piuttosto io che so tutto. Mi fanno ridere. Mi chiedono come sta Nico come se la conoscessero da una vita, loro che nemmeno sanno quante dita ha nelle mani. Comunque, ad essere sincero non l’ho mai pensata, Nico. Forse perché mentre le stringevo le mani non capivo che non provavo niente per lei, che vedevo in lei l’immagine distorta di una bambina di marzapane che stava a trecento chilometri di distanza, col mio cuore nelle mani mentre se la faceva con un altro, la bambina. Ed io incancellabile coglione bastardo che crede ancora che più della metà delle persone del mondo siano buone. La verità è che nessuno ti rispetta se ami qualcuno.
Non sono mai stato un supereroe. Un po’ vi odio tutti per questo, perché vi insinuate nel mio cranio indifeso con enormi cartelloni fuorescenti a letterone nere con su scritto robe tipo 6 UN GRANDE o addirittura SEI UN SUPEREROE. Non è vero. Sono il più infame scrittore emotivo che voi potevate incontrare. Sono il più disonesto imbrattatele dei vostri pensieri mascherato da cucciolo. Sono io che, nascosto da questo immenso e bastardo mantello di lontananze, inizia ogni notte a camminare sul soffitto dei vostri sogni gracchiando come un vecchio grundig dalla puntina rotta.
Non sono mai stato un supereroe. Forse è anche per questo che mentre pedalo mi sento la faccia stanca di smandibolare parole di canzoni che non suonerò mai, che in pratica si perderanno invischiate nel fondo del mio limbo mnemonico.
Scarto sulla destra rapido per non investire una vecchia zoppicante col mio mitico destriero Aquilante, classe 1953, uno dei tanti sfornati dalle mani del sapiente ciclofattore Ettore Bianchi. Solo dopo mi accorgo del trillo minimal-borghesotto che fende l’aria densa di calore marzolino fino ad investire le mie iliàdiche protuberanze fonosensibili. Mi accosto, magico ed interdetto, all’unico marciapiede che mi divide dalla società passeggiatrice.
Una volta fermo, recito la formula segreta che permette di scoprire le inconfessabili vicissitudini del Resto Del Mondo:
“Pronto?”
“Ciao, sono Giulia”, dice una voce metallescente proveniente dal mio fonoscopico mattoncino lego in costante contatto con tutto l’universo.
Quasi ci rimango secco a sentire quella voce di caremello&sale dopo tanto tempo. Quasi un mese, mi sembra. Pensavo di essere già stato sistemato in uno dei loculi della sua mente, ed invece eccomi qua, a parlare con la fantastica Gì dopo un’inaspettata riesumazione telefonica. Quantunque.
“Ti va di venire a cena da noi, domani sera?”, mi scodella così, dolce e solida come la panna. Ci rimango secco una volta di più, e sorrido questa volta, ebbro di cotanta femminea lusingaggine. Peccato che lei non mi veda. Mi viene un po’ di malinconia a pensarla, come quando hai la sicurezza di aver perso qualcosa ma non riesci a focalizzare bene cos’è che hai perso. Ma non vi preoccupate, che noi due non è che ci siamo mai neanche. E sì che ci abbiamo provato, prima io e poi lei, con cennette a due, cinema a quattro, bische a sei e robe così, ma nulla, più delle sflipperate galattiche al Virtual Game o le magnifiche serate a ramino biscotti e chianti, non ci sono mai venute cose. Sarà che più che una persona da amare, noi avevamo bisogno di qualcuno da rispettare. Io & Giulia, intendo. Per questo mi piace riascoltarla, quella voce di caramello e sale.
“Allora occhei, a domani sera, puntuale, ALLEOTTOMIRACCOMANDO!!”, mi dice senza farmi pensare. Perché è questo che a lei basta, tante volte, un semplice Fammi Pensare buttato giù come fosse un montenegro dopo il caffè.
Sono comunque felice come prima. Né di più né di meno. Non mi emozionano minimamente, queste cose. Tutto quello che mi capita, ora, mi sembra semplicemente normale. Non dico MONOTONO. Dico che è tutto normale, ACCETTABILE ecco. Niente può più supirmi, adesso. Potrei farlo se una fantastica desdemona fanciulla venisse fiondata, direttamente dai risvolti narcolettici delle mie imperiture elaborazioni psichiche, ad una più onesta e palpabile realtà. Ma questo non accadrà mai. Quindi, niente può stupirmi.
Pedalo di nuovo, per iniziare a scrivere nuove canzoni da gettare nell’abisso assurdo delle dimenticanze, tutte ben chiuse in scatole di cartone tenute a forza dal nastro isolante o costipate in vecchie 127 verde vescica.

La sera dopo il vecchio Aquilante rimase chiuso nella sua scuderia ad aggiungere altra ruggine alla sua catena, mentre contemporaneamente le suole delle mie scarpe falcavano, alternandosi in relative simmetrie, i pantomimici marciapiedi in pietra serena. Avevo gli Afterhours in concerto tutti nella mia testa (col mitico Manuel Agnelli ad urlarmi “Germi” diretta nelle orecchie) ed uno strano senso di disagio impermeabilizzatosi sulla mia cute.
Di solito, quando vengo invitato a qualche festino fra gente consapevole, mi piace lasciasmi accompagnare da svariate concentrazioni alcoliche che vengono comunemente definite borghetti, martinibianco o montenegro, ma che per me si vestono di affascinanti aromaticità mature e sensuali. Mi capitava spesso di presentarmi, agli immaturi e consueti baccanali che Lori e Liz organizzavano ogni sabato sera, preceduto da una bellissima bottiglia di OldRomagna ottimamente addestrata, ma in quelle occasioni ero avvolto dalla sicurezza che tali doni non avrebbero mai visto le lancette arrivare ad indicare le undicidisera.
Ma ora mi stavo dirigendo, incauto ed infelice, ad una cena inventata per caso da due analcoliche ed alipidiche studentesse universitarie, in probabillissima presenza di due o tre o quattro coppiette inutili farcite di salatini e crodini.
Spensi la voce del Manuel nello stesso istante in cui il campanello emise, languido, il suo unico Dlin Dlon.
Gli occhi avidi di colore della studentella italofrancese Vivienne, attualmente nullafacente nonché convivente di Gì, mi furono addosso prima ancora che la porta fosse totalmente aperta. Li deviai con rispetto e cautela, non si sa mai.
“Ah, ciao. Entra.”
Nella sala da pranzo-soggiorno-studio-biblioteca e quanto altro ancora può essere destinato all’unica stanza comunitaria di un trilocale con bagno, non c’era nessuno. Neanche la tavola era ancora imbandita a festa, solo una tovaglia a fiori l’avvolgeva tiepidamente. In un attimo mi accorsi di quante piccole cose nuove fosse stata riempita quella stanza, e consapevolmente mi risposi che in un mese si possono fare moltissime cose, tipo comprare una sedia a dondolo e metterla accanto alla finestra che da sul vicolo, o attaccare con lo scotch alle pareti svariate stampe in bianco e nero di una Firenze alquanto improbabile ed antica, o cambiare il vecchio ficus con un più moderno ed inospitale cactus ultraspinoso & sferico. In cucina Giulia stava sminuzzando accuratamente vari ortaggi tipo cipolle sedani e carote, tutti da mescolare e soffriggere nell’olio, ché a lei piace tanto vedere quei piccoli tocchetti scoppiettare e sfrigolare allegri nel ventre di una padella, e poi amalgamarli col pomodoro a pezzettoni con cura ed alla fine un filo di panna, giusto per dargli quel colore soffice ed appetitoso, non so se rendo.
Vavà intanto prese cinque piatti da una specie di libreria-credenza, e questo, vi giuro, mi spaventò non poco. Piano piano mi sussurrai nella mente chi poteva venire, quella sera, a cena, con me e le altre due corsare universaiole.
“È una sorpresa”, disse Giulia. L’ultima volta che mi ha detto una frase tipo questa, mi sono trovato in una sala cinematografica a vedere l’anteprima nazionale di Viola Bacia Tutti con alle mie spalle Pieraccioni Ceccherini Veronesi e Rita Rusic-Gori, non so se rendo l’idea. Potevo aspettarmi di tutto, adesso, anche di vederci entrare Irene Grandi da quella porta, tipo.
E allora presi posto a tavola, intanto che le non-ancora-laureande preparavano le ultime piccolezze per rendere tutto pressoché perfetto.
Il sandemann è l’unica cosa alcolica che piace a Vavà, oltre al chianti, ma il mitico toscanissimo rosso è prioritariamente destinato ad allietare la cena, quindi non rimane che sbicchierare via svariate dosi di vino bianco aromatico spagnolo come aperitivo. È anche l’unica cosa certa che so di Vavà. È un tipo riservato, la tizia, classica italofrancese che non ha voglia di fare un cazzo se non passeggiate avanti e dietro per i lungarni, ammirarci i tramonti soprattutto, credo. Quantunque.
Al primo Dlin Dlon alzo la testa dal bicchiere.
Al secondo Dlin Dlon sono già sulla dirittura d’arrivo della maniglia.
Al terzo Dlin Dlon apro la porta e mi viene voglia di svenire o dire che hanno sbagliato appartamento a quei due stretti mano nella mano con una boccia di martinibianco a guarnire il tutto.
“Ciao, come va?”
Non sembra tanto meravigliata di vedermi, anzi sorride pure, come se avesse saputo che le avrei aperto io, alla Nicoletta. Io vorrei svenire, e si capisce dalle labbra che rimangono aperte e non vogliono proprio saperne di richiudersi. Proprio una bella sorpresa, mi dico. Proprio una bella sorpresa di merda. Proprio una bella cazzo di sorpresa di merda.
“Piacere, sono Alessandro”, mi dice lui, moro alto e pure abbronzato. Dove cazzo si è abbronzato questo, a marzo? Anche se. In effetti il confronto non regge. Molto meglio di.
Nicoletta si fa spazio fra gli sguardi per entrare mandando in avanscoperta il pancione di quattro mesi che si porta appresso. Forse ci nasconde un uovo di pasqua, di quelli della kinder con dentro bugs bunny o yoghi. Non essere idiota. Lo sai benissimo che lì dentro ci tiene nascosto un gioiello tenero e cucciolo. Non appena si lascia avvolgere dal calore dolce dell’appartamento, subito Vavà e Gì le sono addosso con mille abbracci e baci e comestai e titrovobene. Bella sorpresa del cazzo. Proprio una bella merda di sorpresa del cazzo.

Sul tavolo ci sono solo piatti sporchi di sugo e cenere e bucce di frutta varia, quattro bottiglie di chianti, un sandemann già defunto ore addietro con la scusa dell’aperitivo, svariati pacchetti vuoti di sigarette. Solo il mitico bottiglione di martinibianco spicca per la sua mezzapienezza al centro del tavolo, comunque alla distanza sufficiente per poterla raggiungere col mio braccio e svuotarne il contenuto nel mio e nell’alexandero calicino. Abbiamo parlato a lungo, io ed il tizio. È più simpatico di quanto credessi, io ed il tizio. È comunque una grantestadicazzo, il tizio.
Ogni tanto lancio un occhio a favore del profilo comico e rilassato del pancione, e ogni tanto anche alla padrona, questa mistica, e chissà perché mi balzano alla mente tutti quegli hamburger e patatine ingozzati a forza, o le irripetibili ore passate a massacrare avversari assurdi all’ultimo street fighter, e mi compiaccio del fatto che mentre parlavamo, a quei tempi, lei non avesse mai pronunciato la fatidica frase Ho Voglia Di. Penso che lì dentro, comunque, si possa stare anche bene. Lo diceva anche l’ormai divino Paz, Non c’è cosa più dolce che addormentarsi sul ventre della donna che.
Chissà perché mi viene voglia di chiudere gli occhi come se stessi seduto su una panchina dei giardini di boboli, magari sotto un fantastico pergolato che copre tutto il viale, tipo.
Nico, ora ho paura a pensare, a vederti sorridere. Immagino tutto il tempo che ti aspetta fuori della porta, mentre passerai a rincorrere tutti questi anni per non perderli definitivamente. Mi stupisco mentre cerco di capire quale vita hai scelto, e l’unica cosa che so è che mi hai sconfitto, io che cercavo di. Lo vedo che già sei vecchia di dieci anni, con le ore passate a non sporcarti le mani, ed il ricordo di giorni fulminati per le strade di Firenze perso come una vecchia foto a colori polaroid, e lo vedi anche tu, non è vero? Anche adesso, che mi guardi sorridente per quel goccio in più che fa sorridere, e dici che Samuel è un bel nome, che se è maschio lo chiami Samuel, ché come nome piace tanto anche ad Alessandro. Nico, a ventanni ed una fede al dito, non ti ci vedo proprio a mettere da parte i tuoi sorrisi di zucchero filato e le parole morbide di chi mangia bomboloni alla crema. Ma sì, chiamalo pure Samuel il tuo bambino, così magari fra trentanni ti ricorderai ancora di quella foto a colori polaroid, di corse assurde per non perdere l’ultimo autobus, di campanelli suonati da due pirati ventenni, di immense pinte schiantate nei peggio bar, di giorni d’inverno col sole d’agosto e giardini di boboli a fare da contorno. Ma sì, chiamalo così il tuo bambino, che tutto possa balzarti in mente mentre sfiori lo sguardo innocente e cicciotto di un bimbo che già corre come il vento senza lacrime, senza che ti chieda perché ti piaceva quel nome e come mai ogni tanto accarezzandogli la testa guardi il cielo ed è come se, per un attimo


a Pamela

sabato, luglio 2

Sorridimi di nuovo

Presi il resto e me ne andai, senza sorridere o dire buongiorno. Neanche mi aspettai che qualcuno me lo dicesse. In fondo avevo speso quei soldi solo per comprarti un gelato, non certo per sentirmi regalare un fasullo augurio di buona giornata. Mi ricordo di questo.
Ora, in qualsiasi cosa io faccia, cerco uno stimolo per dimenticare. Come se una qualsiasi monotona azione possa avere il potere di cancellare tutto il mio passato, tutto ciò che ha influito sulla mia vita.
L’unica cosa che non sembra voler cambiare è l’aria. Nonostante i miei ripetuti sforzi, non riesco ad immaginarne un tipo diverso da quella che avvolge chiunque si trovi, ora, nel parco.
Quel giorno l’erba vibrava verde e luminosa, smossa lievemente da quel tiepido venticello d’aprile. Chissà quante volte un fiore è sbocciato e io non me ne sono accorto, mi chiedevo. E intanto guardavo le api infilarsi in quei lunghi cunicoli di calendule per poi posarsi sulle margherite bianche e umide.
Non voglio collegare questo mio improvviso attaccamento ai particolari al fatto che la mia piccola sia morta. Non voglio farlo. Assolutamente. Mi sembra un accostamento troppo triste. La morte e la primavera. Stonano.
Se tu fossi morta in autunno, magari avrei continuato a vivere odiando il freddo dell’essere soli e secchi come i rami degli alberi.
Ma non riesco a vederti qui, immobile ed impassibile, distesa su questa immensa coltre di petali. È triste pensare che tu possa essere avvolta da tanta dolcezza e non poterne colgliere il profumo, la tenerezza, il candore splendido.
Le risa dei bambini esploravano tutto il parco. Vorrei dimenticarlo. Ti innamoravi dei bambini con estrema facilità, è vero, ed io a volte mi sentivo geloso. Quel giorno poi era impossibile non esserne geloso. Giuro che avrei preferito averti fra le mie braccia, piuttosto che vederti giocare con tutti quei marmocchi. Mi ricordo con quanta foga cercavi di rincorrere quelle risa tra i fiori e l’erba e le altalene e le trecce di capelli. Per un attimo pensai di essere escluso dai tuoi pensieri, ti giuro, e per questo rimasi solo a guardarti. Mi ricordo come accarezzavi quei bambini, e come la loro mamme ti sorridevano quando dicevi che i loro bambini erano i più belli che tu avessi mai visto. Mi ricordo come ti facevi amare per la tua gioia.
Piano piano mi piombasti alle spalle cogliendomi di sorpresa. Proprio non me la aspettavo una tale mossa. Rotolammo fra l’erba ed i fiori. Mi ricordo anche di questo. E di quanto sorridevi. Mi ricordo i tuoi sorrisi. Non irradiavano niente, né luce né passione o altro. Erano dei semplici sorrisi, e forse per questo i più belli che avessi mai visto. I più sinceri.
Voglio averne molti di bambini, mi dicesti. Fu allora che veramente mi sentii stupido. Ma adesso non sei più viva, e con chissà quali altre cose starai giocando.
La ghiaia quel giorno sembrava essere più bianca del solito, come quella candida ghiaia che il mio babbo usa ancora per fare il presepe. Era questo che mi faceva venire in mente quel viottolo nel parco, anche se era aprile inoltrato. Al presepe ed ai Re Magi. Forse perché mi rendevi felice come un bimbo a Natale.
Mi ami, mi chiedesti così, all’improvviso. Subito rimasi male, come se dicesti a Cristo se crede in Dio. Perché me lo chiedi, dissi. Ancora oggi aspetto quella risposta. E proprio come ora, la luce ti portò via. Chissà quante altre cose sono rimaste nella tua testa, quanti sogni, quante parole.
Ti alzasti di nuovo per sederti per terra, sul prato, accanto a quella grande ginestra che ancora adesso impera in quel piccolo angolo verde. Non amavi stare seduta sulle panchine di ferro. Anche di questo mi ricordo.
Anch’io volevo quello che tu volevi, ma non perché volevo farti contenta, ma perché ci credevo. Per questo ami una persona. Perché credi nelle stesse cose.
Ti amai nel solo modo che conoscessi, con tutto me stesso, perché era l’unico modo per ringraziarti.
Mi ricordo che quel giorno ci abbracciammo rotolandoci di nuovo nell’erba, e mi ricordo anche tutte le parole che il giardiniere ci tirò dietro. Non potevo immaginare che non ci saremmo più rivisti. Mi ricordo che volevo dirti ti amo ma non lo feci. Lo pensai soltanto. Forse è per questo che sono triste.
Con questo sole non è giusto essere tristi, dicesti. Era bello vederti allegra. Felice di poter toccare un bambino, di odorare le mille essenze dei prati, di ripararti all’ombra degli alberi, di vedere gli insetti volare.
Quando vedevi le cose morire, ti intristivi. Eri volubile. Mi ricordo di questo. A volte ti bastava un niente per farti cambiare di umore.
Fra le mani mi faccio tintinnare le monete del mio resto. Ho fatto ristampare una tua vecchia foto. Di quando era possibile stringerci forte. Non la terrò per ricordo, né la farò incorniciare. Il suo posto non è fra le pareti che ci hanno sentito sorridere. Ti ho già detto che vorrei dimenticare, adesso.
Ho trovato un prato, lo stesso dove i bambini giocavano con te, e in un angolo c’è una grande imponente ginestra. Fra i suoi rami potrai riposare al sicuro ed ascoltare i bambini giocare. E quando ne avrai voglia potrai sorridere di nuovo e rotolarti nell’erba, mia piccola.

lunedì, giugno 27

Persempre

Una notte fantastica. Sicuramente era stata la notte più bella di tutta la sua vita. Almeno fino ad ora. Erano stati tutta la notte, lui e suo fratello, a spasso. Semplicemente a spasso. Senza cercare di entrare in qualche discoteca o festa esclusiva o altre cazzate del genere. Avevano vagabondato tutta la notte solo per essere svegli prima del sole, e magari dirgli Buongiorno sole.
E stavano li, adesso, seduti sopra due sedie a sdraio dei Bagni Marino a vedere questo sole sorgere, e a nessuno dei due veniva voglia di dire qualcosa. Solamente guardavano.
Si sentiva che era dicembre. Le sette di un fottutissimo mattino dicembrino. E stavano li, ancora, nonostante il gelo che trapassava la carne inesorabilmente innocente.
Chicco guardava il sole uscire dal mare, stolido biscottone gigante inzuppato per tutta la notte in quell’immensa tazza di latte azzurro. E ogni tanto si girava a guardare quel suo fratellone Menemi di due anni più piccolo. Voleva vedere quanto riusciva a resistere immerso in quel freddo polare con addosso quella sua camicina viola. Ma stranamente non tremava, e solo allora Chicco si rese conto di quanto fosse abituato, quel suo fratellino, al freddo. Dico quello interiore.
Tutto intorno non c’era niente, solo il rumore del mare. Quello che il vento riusciva a dire era solo freddo.
- Ti piaccono i tramonti?
- Guarda che questo non è il Piccolo Principe. E poi questa è un’alba.
- Spiritoso... Dicevo sul serio.
- Adesso no.
- E perché?
Rimase il silenzio, questo insormontabile, a dividerli ed unirli un miliardo di volte al secondo.
- Perché è melanconico. Mi fa ricordare cose che non ho vissuto.
- In che senso?
- Mi fa sentire triste. Mi fa ricordare la mia piccola Liz, eppure non ho mai visto il sole sorgere con lei.
Un’altra volta il silenzio planò dolcemente fino a coprire i due mitici fratelli. Questa volta non si univano né dividevano, solo rimanevano sotto una ertissima coltre di silenzio che li riparava dal freddo.
Chicco avrebbe voluto dire "Sai perché succede questo? Perché all’alba il cuore si apre, come un fiore, ed il profumo che ne esce sono i ricordi della persona che ami, e tutto questo odore si mescola con il paesaggio, qualunque esso sia. Tanto il profumo della rose è sempre uguale, ovunque esse siano."
Ma non disse niente, rimase a guardare ed aspettare quel fratello minore che si stava perdendo nei riflessi delle onde. E si chiedeva, lui, il grande fratellone maggiore, se fosse giusto stare ad aspettare che il suo fratellino ritornasse a riva o se la cosa giusta da fare non fosse stata quella di tuffarsi anche lui con lo sguardo, in quei riflessi rossi che si moltiplicavano sulle onde.
Il piccolo Menemi sembrava veramente sperso fra quei flutti che il sole stava dorando, ed i suoi occhi improvvisamente riflessero quello che il mare ci aveva scritto sopra.
- L’importante è voltarsi, ogni tanto, e guardare la riva, e ricordarsi che è giusto partire per ritornare, un giorno. Senza perdersi. Almeno non per sempre -, disse.

venerdì, giugno 24

Il Canto dei Gabbiani

Poco dopo il suo sorriso cambiò tutto il paesaggio intorno, anche se impercettibilmente. Fui l'unico a notarlo, quasi tutti continuavano a far scivolare il proprio vivere fra le mani senza preoccupazioni, senza aver timore, anche se tutti erano consapevoli che quel tempo, quei momenti, non sarebbero mai più tornati.
Il caldo era crudo e affamato, come è giusto fosse in quei giorni d’estate, quando solo l’ombra di certi pini marittimi ti sa dare riposo e giovialità. Il mare non richiamava alcuna scena epica o battaglie già avvenute, né invogliava alcuno a tuffarsi fra le sue braccia ristoratrici. Dopotutto non è bene fare il bagno dopo mangiato, come diceva mia mamma quando ero bambino. Molto meglio starsene all’ombra ad oziare.
Qualche cicala faceva da sottofondo al paesaggio facendolo sembrare normale. Anzi, lo era. Non si poteva immaginare quella spiaggia bianca, sconosciuta ai turisti e per questo apparentemente immacolata, subito a ridosso di quel meraviglioso boschetto di pini e ginestre, con qualche scoglio nero a disturbare il verdeazzurro dell’acqua, senza il suono quasi diafano delle cicale.
Iniziai a fissare sbadatamente un cespuglio di corbezzoli forse troppo lontano dal resto della boschiglia, coi suoi frutti dal colore timido e quella sua ombra quasi insignificante. Rimasi a lungo così, roteando un filo d’erba fra l’indice ed il pollice e gli occhi socchiusi per proteggerli dal riverbero del mare e dal caldo opprimente, ad ascoltare il canto dei gabbiani provenire da lontano.
Chi non dormiva già, restava immobile, ognuno nel suo piccolo regno di pace che si era creato rubando spazio all’ombra dei pini. Avevamo lasciato tutte le nostre cose sulla spiaggia ad eccezione dei teli da mare, che ora fungevano da improvvisati giacigli per ognuno di noi. Nessuno, a parte me quindi, fece caso a quel sorriso che mutò tutto il paesaggio attorno.
Stupidamente iniziai a cercare il motivo che aveva scaturito un tale improvviso ed impercettibile barlume di gioia. Notai solo allora che all’orizzonte una nave stava tagliando in due quel lembo di mare che avevamo davanti, lasciandosi innocentemente alle spalle una lunga scia bianca. Subito pensai fosse quello il motivo. Mi ci volle ancora un po’ prima di riuscire a capire che il suo sguardo non era fermo a quella linea lontana e bianca, ma che scavalcava tutto, sia il mare che il cielo, per approdare sulla riva di un’altra terra, su una spiaggia che da qui puoi solo immaginare, ma che lei ed i suoi occhi sicuramente conoscevano bene.
"Puoi venire qui vicino", disse, e lo fece senza voltarsi verso di me, e questo mi mise un po’ paura.
Esitai un pochino prima di muovermi, forse perché il sole sembrava volermi mordere se solo fossi uscito da sotto quel mio precario riparo. Ma lei stava la, ad affrontare un sole più grande di lei, seduta sulla sabbia rovente d’agosto a sognare questa terra sconosciuta e lontana.
Aspettavo comunque che qualcun altro si avvicinasse a quella ragazza venuta da lontano, dal paese che sta dietro il mare. Non volevo credere alla possibilità che si fosse accorta della mia presenza anche se le era impossibile vedermi.
Ancora lei continuava a sfiorare l’orizzonte, senza mai affondarci, e chissà quante cose pensava, quanti ricordi stava soffocando nella gioia per non dover piangere davanti a quel cielo fantastico e blu.
"Puoi venire qui vicino", ripeté, e questa volta si voltò verso di me sorridendo ancora.
Ora non potevo sbagliare, stava proprio parlando a me. Mi tranquillizzai vedendo che mi aveva riconosciuto, ma non risposi al suo sorriso. Solo rimasi a guardarla un attimo ancora da lontano, mentre il sole si rifletteva nei suoi denti bianchi come nel mare, lasciandole vibrare i capelli nel vento.
Non sorrisi. Neanche adesso. Mi bastava vederla così per sapere di essere contento. Mi alzai per andare a sedermi vicino a quella nuova felicità.
La fissavo ancora, mentre lei si perdeva lontano ed io ero rimanevo su quella sabbia bianca che mi bruciava la pelle, sotto un sole che graffiava non solo le membra ma anche i pensieri, a volte.
Non riuscivo a capire dove lei stesse ritornando con il suo sguardo, non riuscivo neanche ad avvicinarmi al luogo dove le sue pupille sembravano essersi catapultate. Solo rimanevo immobile, con gli occhi di nuovo socchiusi, a rimbalzare contro quell’unica parete azzurra tagliata in due da una nave.
Cosa dovrei immaginare ora, mi chiedevo, e se magari fosse stato necessario trovare un aggettivo qualsiasi per poter catalogare quel paesaggio illuminato dal sole di mezzogiorno di un caldissimo agosto.
Mi sentivo a disagio. Non riuscivo a sognare. Capivo che lei era appagata dai suoi pensieri e dalle sue visioni, sia materiali che fantastiche. Annaspavo di fianco ai suoi sogni senza chiedere aiuto, e questo lei lo sentiva.
"Ti capisco", disse, "se tu fossi nato dall’altra parte del mare, probabilmente riusciresti a fare quello che faccio io adesso".
Per un attimo si fermò, lungo il suo viaggio, per aspettarmi.
Smisi di volare inutilmente sopra sogni che avevo già vissuto, e mi chiedevo se mi dovessi sentire sollevato, se le sue parole mi avessero compensato dal dover sognare, se fosse giusto rimanere così, stoico e senza emozioni, di fronte a quel cielo. Sentivo di volerla accompagnare verso quella terra che aveva cresciuto le sue risa, ma venivo ogni volta tarpato dall’impotenza della mia mente.
Mi sentivo come quel cespuglio di corbezzoli, troppo lontano dai miei simili, coi miei frutti dal colore timido e quella mia ombra insignificante.