Se continua così, a Febbraio sarà primavera, dicevano i vecchietti seduti dietro di noi. Non so perché, ma improvvisamente venni avvicinato da quelle voci rauche e pastose provenienti da dietro di noi. Non cercai di capire il loro discorso, sarebbe stata un?operazione inutile e difficile. Solo bloccai ogni mio movimento dopo quella frase. A febbraio sarà primavera. Lo sperai intensamente, anche se sapevo che non era possibile. Speravo che la primavera arrivasse prima del dovuto perché sentivo che qualcosa sarebbe cambiato col suo arrivo. Il caldo del sole è il primo segnale che ti aiuta a cambiare. Avevo voglia di tirare fuori delle foglie nuove, proprio, come fanno gli alberi, ma sapevo che senza l’aiuto del sole questo non sarebbe stato possibile. Lo volevo veramente. Così intensamente da farmi dimenticare dove ero, che cosa stessi facendo, con chi stessi vivendo.
Il tintinnare di due monete mi prese per mano portandomi di nuovo qui.
A cosa pensavi?, mi chiese Monica. Mi piaceva il suo modo intimo e distaccato di pormi le domande senza per questo obbligarmi a trovarne le risposte. Mi sentivo veramente a mio agio mentre parlavo con lei, nostante quella voragine di anni ed esperienze che stava tra noi. La sua presenza così saggia ed ingenua sapeva infondermi nel petto una sicurezza assoluta.
Le risposi che non pensavo a niente, e anche accorgendosi del mio bluff non insistette più. La ammiravo per come sapeva rispettare i pensieri degli altri. Non avevo la minima voglia di mettermi a parlare della primavera e delle foglie nuove che avrei voluto farmi crescere.
Cercai di catturare altre parole provenienti dai tavoli del piccolo bar, ma ne rimasi deluso. Continuavano comunque a ripetersi incessantemente nella mia testa, sempre le stesse parole. A febbraio sarà primavera.
Posso offrire io?, le chiesi, e poi presi i cappotti appoggiati su una delle due sedie vuote.
Devi offrire tu, mi rispose, ed io sorrisi davvero, come faccio ogni volta che parlo con lei. Le presi anche la stampella e gliela porsi dopo averla aiutata a mettersi il cappotto. Mi venne da ridere perché per un attimo rividi tutta la scena del volo incredibile che aveva fatto quella Domenica sulla pista da sci. Anche quel giorno mi misi a ridere vedendola cadere.
Dovresti imparare a sciare, prima di tuffarti in una pista nera, le dissi.
Lei non mi rispose ma fece una smorfia. Era un discorso che avevamo fatto già parecchie volte. Sosteneva che l’aveva fatto per seguirmi e non perdersi in quel groviglio di piste e funivie, e che io non l’avevo aspettata. Cercava di scaricare su di me la responsabilità della rottura dei suoi legamenti.
Probabilmente era vero, a Febbraio sarebbe arrivata la primavera sul serio. Non era freddo, assolutamente. Si stava veramente bene, a camminare per i vicoli illumunati del centro, senza il vento pungente dell’inverno a frustarti il viso. Mi sembrava di fare una cosa totalmente nuova, ed invece stavo semplicemente accompagnando a casa una mia amica come faccio ogni sera da due settimane, da quando Monica si è rotta i legamenti del ginocchio destro.
L’accompagnai fin dentro la sua camera, e pian piano l’aiutai a sistemarsi sulla sedia della sua scrivania dopo averle sfilato il cappotto. Nella camera c’era un buonissimo profumo di pesca. Sembrava venire da ogni parte, dalle pareti o dai peluche, qualsiasi cosa sembrava emanare quel profumo.
Accendi quelle candele, mi disse. Non le avevo notate. Erano loro a diffondere quella calda essenza primaverile. Le cinque candele arancioni su quel candelabro. Dopo averle accese mi resi conto di quanto ogni cosa fosse avvolta dalla cura dolce del lume di candela, di quante cose morbide fosse fatta quella stanza. La moquette, le tendine di pizzo, i mille pupazzi ed orsacchiotti sparsi sul piccolo divano, il piumone azzurro che avvolgeva il letto, la poltroncina accanto alla porta con quel grande cuscino a forma di cuore. Niente era li per caso, neanche i moltissimi libri perfettamente sistemati sulle mensole senza un preciso ordine logico. Si capiva che quel posto se l’era creato come voleva, perché tutto in quella camera le assomigliava, la tenerezza assoluta che regnava in quella stanza sembrava provenire direttamente dal suo animo di sognatrice. Nessun altro posto avrebbe saputo accoglierla meglio.
Momi mi guardava mentre scoprivo ogni singolo angolo di quella stanza, restando seduta alla sua scrivania, senza muoversi o parlare, la gamba destra stesa in avanti per alleviarne il dolore. Approfittai della sua momentanea situazione di disabile e la lasciai li, seduta e sola, per tuffarmi sopra il suo letto e chiudere gli occhi.
Sprofondare nei suoi piumoni era la cosa che più mi piaceva fare, lo facevo spesso.
Rimasi così, nel buio della mia mente, con il solo sguardo della mia nuova amica ad accarezzarmi pesantemente da lontano ed il silenzio a fare da sottofondo. Aprii gli occhi e li lasciai giocare con la luce fioca della candele per un attimo solamente, poi mi alzai e le andai vicino. Il bagliore di un lampione bussava sul pavimento della stanza senza fare rumore e chiedere permesso.
Sorrisi, e la abbracciai, e con le labbra le sfiorai la guancia per augurarle la buonanotte. Non sarei voluto uscire di li, non subito. Sapevo che poi avrei avuto paura della notte se avessi abbandonato quella camera.
Mi chiusi la porta dietro con ancora il calore delle candele sulle labbra, cercando di proteggermi dalla solitudine con l’aiuto del mio cappotto.
La strada per arrivare a casa mia non era molta, giusto il tempo di far sorgere il sole, e camminando non riuscivo a pensare ad altro che a quelle parole, come se veramente fossero state dette dal destino in persona. Ero convinto, quasi assuefatto, oramai, dall’infantile pensiero di veder sorgere il sole in una qualunque mattina di febbraio stringendosi al petto la primavera, e niente, in quel momento, avrebbe avuto la forza di annientare i miei desideri.