sabato, luglio 2

Sorridimi di nuovo

Presi il resto e me ne andai, senza sorridere o dire buongiorno. Neanche mi aspettai che qualcuno me lo dicesse. In fondo avevo speso quei soldi solo per comprarti un gelato, non certo per sentirmi regalare un fasullo augurio di buona giornata. Mi ricordo di questo.
Ora, in qualsiasi cosa io faccia, cerco uno stimolo per dimenticare. Come se una qualsiasi monotona azione possa avere il potere di cancellare tutto il mio passato, tutto ciò che ha influito sulla mia vita.
L’unica cosa che non sembra voler cambiare è l’aria. Nonostante i miei ripetuti sforzi, non riesco ad immaginarne un tipo diverso da quella che avvolge chiunque si trovi, ora, nel parco.
Quel giorno l’erba vibrava verde e luminosa, smossa lievemente da quel tiepido venticello d’aprile. Chissà quante volte un fiore è sbocciato e io non me ne sono accorto, mi chiedevo. E intanto guardavo le api infilarsi in quei lunghi cunicoli di calendule per poi posarsi sulle margherite bianche e umide.
Non voglio collegare questo mio improvviso attaccamento ai particolari al fatto che la mia piccola sia morta. Non voglio farlo. Assolutamente. Mi sembra un accostamento troppo triste. La morte e la primavera. Stonano.
Se tu fossi morta in autunno, magari avrei continuato a vivere odiando il freddo dell’essere soli e secchi come i rami degli alberi.
Ma non riesco a vederti qui, immobile ed impassibile, distesa su questa immensa coltre di petali. È triste pensare che tu possa essere avvolta da tanta dolcezza e non poterne colgliere il profumo, la tenerezza, il candore splendido.
Le risa dei bambini esploravano tutto il parco. Vorrei dimenticarlo. Ti innamoravi dei bambini con estrema facilità, è vero, ed io a volte mi sentivo geloso. Quel giorno poi era impossibile non esserne geloso. Giuro che avrei preferito averti fra le mie braccia, piuttosto che vederti giocare con tutti quei marmocchi. Mi ricordo con quanta foga cercavi di rincorrere quelle risa tra i fiori e l’erba e le altalene e le trecce di capelli. Per un attimo pensai di essere escluso dai tuoi pensieri, ti giuro, e per questo rimasi solo a guardarti. Mi ricordo come accarezzavi quei bambini, e come la loro mamme ti sorridevano quando dicevi che i loro bambini erano i più belli che tu avessi mai visto. Mi ricordo come ti facevi amare per la tua gioia.
Piano piano mi piombasti alle spalle cogliendomi di sorpresa. Proprio non me la aspettavo una tale mossa. Rotolammo fra l’erba ed i fiori. Mi ricordo anche di questo. E di quanto sorridevi. Mi ricordo i tuoi sorrisi. Non irradiavano niente, né luce né passione o altro. Erano dei semplici sorrisi, e forse per questo i più belli che avessi mai visto. I più sinceri.
Voglio averne molti di bambini, mi dicesti. Fu allora che veramente mi sentii stupido. Ma adesso non sei più viva, e con chissà quali altre cose starai giocando.
La ghiaia quel giorno sembrava essere più bianca del solito, come quella candida ghiaia che il mio babbo usa ancora per fare il presepe. Era questo che mi faceva venire in mente quel viottolo nel parco, anche se era aprile inoltrato. Al presepe ed ai Re Magi. Forse perché mi rendevi felice come un bimbo a Natale.
Mi ami, mi chiedesti così, all’improvviso. Subito rimasi male, come se dicesti a Cristo se crede in Dio. Perché me lo chiedi, dissi. Ancora oggi aspetto quella risposta. E proprio come ora, la luce ti portò via. Chissà quante altre cose sono rimaste nella tua testa, quanti sogni, quante parole.
Ti alzasti di nuovo per sederti per terra, sul prato, accanto a quella grande ginestra che ancora adesso impera in quel piccolo angolo verde. Non amavi stare seduta sulle panchine di ferro. Anche di questo mi ricordo.
Anch’io volevo quello che tu volevi, ma non perché volevo farti contenta, ma perché ci credevo. Per questo ami una persona. Perché credi nelle stesse cose.
Ti amai nel solo modo che conoscessi, con tutto me stesso, perché era l’unico modo per ringraziarti.
Mi ricordo che quel giorno ci abbracciammo rotolandoci di nuovo nell’erba, e mi ricordo anche tutte le parole che il giardiniere ci tirò dietro. Non potevo immaginare che non ci saremmo più rivisti. Mi ricordo che volevo dirti ti amo ma non lo feci. Lo pensai soltanto. Forse è per questo che sono triste.
Con questo sole non è giusto essere tristi, dicesti. Era bello vederti allegra. Felice di poter toccare un bambino, di odorare le mille essenze dei prati, di ripararti all’ombra degli alberi, di vedere gli insetti volare.
Quando vedevi le cose morire, ti intristivi. Eri volubile. Mi ricordo di questo. A volte ti bastava un niente per farti cambiare di umore.
Fra le mani mi faccio tintinnare le monete del mio resto. Ho fatto ristampare una tua vecchia foto. Di quando era possibile stringerci forte. Non la terrò per ricordo, né la farò incorniciare. Il suo posto non è fra le pareti che ci hanno sentito sorridere. Ti ho già detto che vorrei dimenticare, adesso.
Ho trovato un prato, lo stesso dove i bambini giocavano con te, e in un angolo c’è una grande imponente ginestra. Fra i suoi rami potrai riposare al sicuro ed ascoltare i bambini giocare. E quando ne avrai voglia potrai sorridere di nuovo e rotolarti nell’erba, mia piccola.