come l'elettricità che passandoci attraverso sconvolge le nostre vite, le nostre anime, ci squote e ci fa ricordare i nostri sogni sopiti, ci fa aprire gli occhi davanti allo scempio di una mostruosa quotidianetà; e ti accorgerai che non possono esserci limiti per i sogni, e che hai percorso tanta, troppa strada, e ora solo le tue mani riescono a raccogliere le lacrime, tutte quelle che non potranno più ridarti indietro il tuo tempo
giovedì, luglio 13
Oggi
Ho ricominciato a fumare. Apparentemente senza alcun motivo. Così, semplicemente, sono entrato in tabaccheria. Volevo delle gomme da masticare, di quelle alle erbe, perché mi piace il sapore delle erbette aromatiche. Ero in fila. Davanti a me avevo una signora anziana, ben vestita, truccata forse un po' troppo pesantemente. Stava in attesa di un cenno da parte del commesso, lo sguardo nascosto da un paio di occhialoni scuri. Dopo pochissimo, il commesso stacca gli occhi dal computer e si volta sorridente verso la signora, allungandogli il cedolino di carta del gioco del lotto appena giocato. La signora non cambia espressione, come se il tempo avesse cementificato tutto il suo viso, come se le grinze della sua pelle non fossero dovute all'età, ma alla forma stessa del viso, come fosse stata una maschera. La signora allunga la mano tremolante, afferra il foglietto piegandolo in due, poi estrae con calma il portafogli dalla borsona di tela consunta e ne estrae una banconota verde. La allunga al commesso. E' in quel momento che il foglietto le sfugge di mano, svolazzando un po', forse trascinato dalla corrente generata dal grosso condizionatore che sopra di noi. Plana, il foglietto, direttamente accanto al mio piede sinistro. Mi chino per raccoglierlo. Non faccio quasi in tempo a rialzarmi, la mano grinzosa della signora è già accanto al mio viso, la evito per un soffio alzandomi di scatto. Rimango quasi male accorgendomi della stizza dipinta sul volto dell'anziana signora. Questa volta espressione l'ha cambiata, penso. Le allungo il biglietto, senza aspettarmi niente da lei. Diversamente da quanto avrei voluto fare, non sorrido. Riprende il suo foglietto, lo infila nel portafolgi che nasconde quasi subito nella borsa. La osservo andare via mentre tenta di trascinarsi dietro il carrello porta spesa. Non l'aiuto ad aprire la porta. Mi preoccupo solo di avvicinarmi al bancone, dove il commesso sembra essere stupito quanto me. Mi sento cattivo. Quasi voglioso di dimostrare che conviene essere cattivi. Voglio convincermi che non conviene essere gentili. Erano due anni e tre mesi che non lo facevo. Un pacchetto di Camel Light, chiedo al commesso. Ora si chiamano Camel Blue, mi sottolinea. Pago, aspetto il resto. Lo prendo, e mentre me ne vado mi rendo conto di non avere da accendere. Merda.
giovedì, giugno 29
A Febbraio sarà primavera
Se continua così, a Febbraio sarà primavera, dicevano i vecchietti seduti dietro di noi. Non so perché, ma improvvisamente venni avvicinato da quelle voci rauche e pastose provenienti da dietro di noi. Non cercai di capire il loro discorso, sarebbe stata un?operazione inutile e difficile. Solo bloccai ogni mio movimento dopo quella frase. A febbraio sarà primavera. Lo sperai intensamente, anche se sapevo che non era possibile. Speravo che la primavera arrivasse prima del dovuto perché sentivo che qualcosa sarebbe cambiato col suo arrivo. Il caldo del sole è il primo segnale che ti aiuta a cambiare. Avevo voglia di tirare fuori delle foglie nuove, proprio, come fanno gli alberi, ma sapevo che senza l’aiuto del sole questo non sarebbe stato possibile. Lo volevo veramente. Così intensamente da farmi dimenticare dove ero, che cosa stessi facendo, con chi stessi vivendo.
Il tintinnare di due monete mi prese per mano portandomi di nuovo qui.
A cosa pensavi?, mi chiese Monica. Mi piaceva il suo modo intimo e distaccato di pormi le domande senza per questo obbligarmi a trovarne le risposte. Mi sentivo veramente a mio agio mentre parlavo con lei, nostante quella voragine di anni ed esperienze che stava tra noi. La sua presenza così saggia ed ingenua sapeva infondermi nel petto una sicurezza assoluta.
Le risposi che non pensavo a niente, e anche accorgendosi del mio bluff non insistette più. La ammiravo per come sapeva rispettare i pensieri degli altri. Non avevo la minima voglia di mettermi a parlare della primavera e delle foglie nuove che avrei voluto farmi crescere.
Cercai di catturare altre parole provenienti dai tavoli del piccolo bar, ma ne rimasi deluso. Continuavano comunque a ripetersi incessantemente nella mia testa, sempre le stesse parole. A febbraio sarà primavera.
Posso offrire io?, le chiesi, e poi presi i cappotti appoggiati su una delle due sedie vuote.
Devi offrire tu, mi rispose, ed io sorrisi davvero, come faccio ogni volta che parlo con lei. Le presi anche la stampella e gliela porsi dopo averla aiutata a mettersi il cappotto. Mi venne da ridere perché per un attimo rividi tutta la scena del volo incredibile che aveva fatto quella Domenica sulla pista da sci. Anche quel giorno mi misi a ridere vedendola cadere.
Dovresti imparare a sciare, prima di tuffarti in una pista nera, le dissi.
Lei non mi rispose ma fece una smorfia. Era un discorso che avevamo fatto già parecchie volte. Sosteneva che l’aveva fatto per seguirmi e non perdersi in quel groviglio di piste e funivie, e che io non l’avevo aspettata. Cercava di scaricare su di me la responsabilità della rottura dei suoi legamenti.
Probabilmente era vero, a Febbraio sarebbe arrivata la primavera sul serio. Non era freddo, assolutamente. Si stava veramente bene, a camminare per i vicoli illumunati del centro, senza il vento pungente dell’inverno a frustarti il viso. Mi sembrava di fare una cosa totalmente nuova, ed invece stavo semplicemente accompagnando a casa una mia amica come faccio ogni sera da due settimane, da quando Monica si è rotta i legamenti del ginocchio destro.
L’accompagnai fin dentro la sua camera, e pian piano l’aiutai a sistemarsi sulla sedia della sua scrivania dopo averle sfilato il cappotto. Nella camera c’era un buonissimo profumo di pesca. Sembrava venire da ogni parte, dalle pareti o dai peluche, qualsiasi cosa sembrava emanare quel profumo.
Accendi quelle candele, mi disse. Non le avevo notate. Erano loro a diffondere quella calda essenza primaverile. Le cinque candele arancioni su quel candelabro. Dopo averle accese mi resi conto di quanto ogni cosa fosse avvolta dalla cura dolce del lume di candela, di quante cose morbide fosse fatta quella stanza. La moquette, le tendine di pizzo, i mille pupazzi ed orsacchiotti sparsi sul piccolo divano, il piumone azzurro che avvolgeva il letto, la poltroncina accanto alla porta con quel grande cuscino a forma di cuore. Niente era li per caso, neanche i moltissimi libri perfettamente sistemati sulle mensole senza un preciso ordine logico. Si capiva che quel posto se l’era creato come voleva, perché tutto in quella camera le assomigliava, la tenerezza assoluta che regnava in quella stanza sembrava provenire direttamente dal suo animo di sognatrice. Nessun altro posto avrebbe saputo accoglierla meglio.
Momi mi guardava mentre scoprivo ogni singolo angolo di quella stanza, restando seduta alla sua scrivania, senza muoversi o parlare, la gamba destra stesa in avanti per alleviarne il dolore. Approfittai della sua momentanea situazione di disabile e la lasciai li, seduta e sola, per tuffarmi sopra il suo letto e chiudere gli occhi.
Sprofondare nei suoi piumoni era la cosa che più mi piaceva fare, lo facevo spesso.
Rimasi così, nel buio della mia mente, con il solo sguardo della mia nuova amica ad accarezzarmi pesantemente da lontano ed il silenzio a fare da sottofondo. Aprii gli occhi e li lasciai giocare con la luce fioca della candele per un attimo solamente, poi mi alzai e le andai vicino. Il bagliore di un lampione bussava sul pavimento della stanza senza fare rumore e chiedere permesso.
Sorrisi, e la abbracciai, e con le labbra le sfiorai la guancia per augurarle la buonanotte. Non sarei voluto uscire di li, non subito. Sapevo che poi avrei avuto paura della notte se avessi abbandonato quella camera.
Mi chiusi la porta dietro con ancora il calore delle candele sulle labbra, cercando di proteggermi dalla solitudine con l’aiuto del mio cappotto.
La strada per arrivare a casa mia non era molta, giusto il tempo di far sorgere il sole, e camminando non riuscivo a pensare ad altro che a quelle parole, come se veramente fossero state dette dal destino in persona. Ero convinto, quasi assuefatto, oramai, dall’infantile pensiero di veder sorgere il sole in una qualunque mattina di febbraio stringendosi al petto la primavera, e niente, in quel momento, avrebbe avuto la forza di annientare i miei desideri.
Il tintinnare di due monete mi prese per mano portandomi di nuovo qui.
A cosa pensavi?, mi chiese Monica. Mi piaceva il suo modo intimo e distaccato di pormi le domande senza per questo obbligarmi a trovarne le risposte. Mi sentivo veramente a mio agio mentre parlavo con lei, nostante quella voragine di anni ed esperienze che stava tra noi. La sua presenza così saggia ed ingenua sapeva infondermi nel petto una sicurezza assoluta.
Le risposi che non pensavo a niente, e anche accorgendosi del mio bluff non insistette più. La ammiravo per come sapeva rispettare i pensieri degli altri. Non avevo la minima voglia di mettermi a parlare della primavera e delle foglie nuove che avrei voluto farmi crescere.
Cercai di catturare altre parole provenienti dai tavoli del piccolo bar, ma ne rimasi deluso. Continuavano comunque a ripetersi incessantemente nella mia testa, sempre le stesse parole. A febbraio sarà primavera.
Posso offrire io?, le chiesi, e poi presi i cappotti appoggiati su una delle due sedie vuote.
Devi offrire tu, mi rispose, ed io sorrisi davvero, come faccio ogni volta che parlo con lei. Le presi anche la stampella e gliela porsi dopo averla aiutata a mettersi il cappotto. Mi venne da ridere perché per un attimo rividi tutta la scena del volo incredibile che aveva fatto quella Domenica sulla pista da sci. Anche quel giorno mi misi a ridere vedendola cadere.
Dovresti imparare a sciare, prima di tuffarti in una pista nera, le dissi.
Lei non mi rispose ma fece una smorfia. Era un discorso che avevamo fatto già parecchie volte. Sosteneva che l’aveva fatto per seguirmi e non perdersi in quel groviglio di piste e funivie, e che io non l’avevo aspettata. Cercava di scaricare su di me la responsabilità della rottura dei suoi legamenti.
Probabilmente era vero, a Febbraio sarebbe arrivata la primavera sul serio. Non era freddo, assolutamente. Si stava veramente bene, a camminare per i vicoli illumunati del centro, senza il vento pungente dell’inverno a frustarti il viso. Mi sembrava di fare una cosa totalmente nuova, ed invece stavo semplicemente accompagnando a casa una mia amica come faccio ogni sera da due settimane, da quando Monica si è rotta i legamenti del ginocchio destro.
L’accompagnai fin dentro la sua camera, e pian piano l’aiutai a sistemarsi sulla sedia della sua scrivania dopo averle sfilato il cappotto. Nella camera c’era un buonissimo profumo di pesca. Sembrava venire da ogni parte, dalle pareti o dai peluche, qualsiasi cosa sembrava emanare quel profumo.
Accendi quelle candele, mi disse. Non le avevo notate. Erano loro a diffondere quella calda essenza primaverile. Le cinque candele arancioni su quel candelabro. Dopo averle accese mi resi conto di quanto ogni cosa fosse avvolta dalla cura dolce del lume di candela, di quante cose morbide fosse fatta quella stanza. La moquette, le tendine di pizzo, i mille pupazzi ed orsacchiotti sparsi sul piccolo divano, il piumone azzurro che avvolgeva il letto, la poltroncina accanto alla porta con quel grande cuscino a forma di cuore. Niente era li per caso, neanche i moltissimi libri perfettamente sistemati sulle mensole senza un preciso ordine logico. Si capiva che quel posto se l’era creato come voleva, perché tutto in quella camera le assomigliava, la tenerezza assoluta che regnava in quella stanza sembrava provenire direttamente dal suo animo di sognatrice. Nessun altro posto avrebbe saputo accoglierla meglio.
Momi mi guardava mentre scoprivo ogni singolo angolo di quella stanza, restando seduta alla sua scrivania, senza muoversi o parlare, la gamba destra stesa in avanti per alleviarne il dolore. Approfittai della sua momentanea situazione di disabile e la lasciai li, seduta e sola, per tuffarmi sopra il suo letto e chiudere gli occhi.
Sprofondare nei suoi piumoni era la cosa che più mi piaceva fare, lo facevo spesso.
Rimasi così, nel buio della mia mente, con il solo sguardo della mia nuova amica ad accarezzarmi pesantemente da lontano ed il silenzio a fare da sottofondo. Aprii gli occhi e li lasciai giocare con la luce fioca della candele per un attimo solamente, poi mi alzai e le andai vicino. Il bagliore di un lampione bussava sul pavimento della stanza senza fare rumore e chiedere permesso.
Sorrisi, e la abbracciai, e con le labbra le sfiorai la guancia per augurarle la buonanotte. Non sarei voluto uscire di li, non subito. Sapevo che poi avrei avuto paura della notte se avessi abbandonato quella camera.
Mi chiusi la porta dietro con ancora il calore delle candele sulle labbra, cercando di proteggermi dalla solitudine con l’aiuto del mio cappotto.
La strada per arrivare a casa mia non era molta, giusto il tempo di far sorgere il sole, e camminando non riuscivo a pensare ad altro che a quelle parole, come se veramente fossero state dette dal destino in persona. Ero convinto, quasi assuefatto, oramai, dall’infantile pensiero di veder sorgere il sole in una qualunque mattina di febbraio stringendosi al petto la primavera, e niente, in quel momento, avrebbe avuto la forza di annientare i miei desideri.
sabato, marzo 11
Damien
E poi tutto quel sole venuto all’improvviso a distruggere un cielo perfettamente grigio e quindi in sintonia con la sua mente, e tutto quel profumo nuovo dei fiori in giardino, no, non era giusto. Molte cose non erano giuste, ma ora solo ciò che può dare felicità o serenità sembra non essere giusto. È così che vanno le cose, perché oggi bastano pochi minuti per allontanarsi di innumerevoli chilometri, e questo lo sai ma non lo vuoi accettare, adesso, speri sempre che voltando l’angolo tu lo possa vedere ancora mentre ti viene incontro camminando fra la gente, e magari gli diresti pure se gli va un aperitivo, così, come se niente fosse successo. Ma non è così, lo sai ma non lo vuoi accettare. Chissà dove sarà adesso.
Sembra estate, ora, e neanche questo ti aspettavi perché fino a dieci minuti fa si vedeva che era gennaio. Vedi quanto ci vuole poco a cambiare? E allora come mai sono così triste, ti chiedevi in silenzio con le mani aperte ed appoggiate sul davanzale, con gli occhi messi a volare fra le colonne del chiostro come quando eri bambino, e nelle orecchie le parole di tanti anni fa, quelli passati a vivere insieme come se foste fratelli, e ora divisi come ciotoli di un fiume che corre a tutta forza verso il mare. Ti scorrono silenziosamente davanti tutte le giornate passate a ridere e fare cagnara, ed ogni ricordo ora ha il sapore amaro di una sconfitta, e tu non sai spiegarne il perché, non riesci a capire da dove arrivi tutta la tristezza che non avresti mai pensato di provare.
Neanche ti volti se mi accendo una sigaretta, tu che non hai mai voluto che io fumassi in quella stanza, ed è anche grazie a questa tua piccolissima indifferenza che riesco a capire quanto tu possa essere rimasto ferito da quelle parole di addio, le ultime che gli hai sentito pronunciare e le prime che hai dimenticato.
Vorrei parlarti, dirti cose che sappiano aiutarti, se solo servisse, ma so che lasciarti in silenzio è la cosa migliore, è quello che più ti fa bene. Chissà se ora continuerai a vivere sperando che ci sia sempre qualche nuvola davanti al sole, mi chiedo, e proprio spero di no. Sarebbe una vita sprecata, lo sai. Vorrei dirtelo, ma non credo serva a qualcosa. So che nella tua mente stai già costruendo qualcosa di nuovo vicino a quei ricordi taglienti, e qualsiasi cosa tu stia creando, non esisterà mai nessuna parola adatta a distruggerla, questo lo so.
Riesco a vedere che hai un po’ paura della solitudine, quella che a tua insaputa ti assalirirà quando anch’io me ne andrò, perché sai che anche a me toccherà partire, e anche se lo sapevi già da otto mesi, questo ti fa male ugualmente.
Spengo la sigaretta lentamente, stando molto attento a non lasciar cadere le piccole braci ardenti fuori dal posacenere, e mi alzo per uscire da quella stanza che avevamo arredato tutti e tre insieme, dove ancora sembra sentire le nostre parole roteare fra le pareti. Esco piano piano senza chiudere la porta, anche se niente potrebbe distogliere la tua attenzione da quelle piccole nubi grigiastre, e prima di essere fuori dalla stanza, sento già qualche lacrima scorrere lungo il tuo viso di trentenne, e questa sembra anche a te l’unica cosa giusta immersa in un giorno troppo incongruo e sbagliato per essere vero.
Mi sento triste, dici a voce alta, ma intorno a te ci sono solo i tuoi ricordi e qualche lacrima, adesso.
Sembra estate, ora, e neanche questo ti aspettavi perché fino a dieci minuti fa si vedeva che era gennaio. Vedi quanto ci vuole poco a cambiare? E allora come mai sono così triste, ti chiedevi in silenzio con le mani aperte ed appoggiate sul davanzale, con gli occhi messi a volare fra le colonne del chiostro come quando eri bambino, e nelle orecchie le parole di tanti anni fa, quelli passati a vivere insieme come se foste fratelli, e ora divisi come ciotoli di un fiume che corre a tutta forza verso il mare. Ti scorrono silenziosamente davanti tutte le giornate passate a ridere e fare cagnara, ed ogni ricordo ora ha il sapore amaro di una sconfitta, e tu non sai spiegarne il perché, non riesci a capire da dove arrivi tutta la tristezza che non avresti mai pensato di provare.
Neanche ti volti se mi accendo una sigaretta, tu che non hai mai voluto che io fumassi in quella stanza, ed è anche grazie a questa tua piccolissima indifferenza che riesco a capire quanto tu possa essere rimasto ferito da quelle parole di addio, le ultime che gli hai sentito pronunciare e le prime che hai dimenticato.
Vorrei parlarti, dirti cose che sappiano aiutarti, se solo servisse, ma so che lasciarti in silenzio è la cosa migliore, è quello che più ti fa bene. Chissà se ora continuerai a vivere sperando che ci sia sempre qualche nuvola davanti al sole, mi chiedo, e proprio spero di no. Sarebbe una vita sprecata, lo sai. Vorrei dirtelo, ma non credo serva a qualcosa. So che nella tua mente stai già costruendo qualcosa di nuovo vicino a quei ricordi taglienti, e qualsiasi cosa tu stia creando, non esisterà mai nessuna parola adatta a distruggerla, questo lo so.
Riesco a vedere che hai un po’ paura della solitudine, quella che a tua insaputa ti assalirirà quando anch’io me ne andrò, perché sai che anche a me toccherà partire, e anche se lo sapevi già da otto mesi, questo ti fa male ugualmente.
Spengo la sigaretta lentamente, stando molto attento a non lasciar cadere le piccole braci ardenti fuori dal posacenere, e mi alzo per uscire da quella stanza che avevamo arredato tutti e tre insieme, dove ancora sembra sentire le nostre parole roteare fra le pareti. Esco piano piano senza chiudere la porta, anche se niente potrebbe distogliere la tua attenzione da quelle piccole nubi grigiastre, e prima di essere fuori dalla stanza, sento già qualche lacrima scorrere lungo il tuo viso di trentenne, e questa sembra anche a te l’unica cosa giusta immersa in un giorno troppo incongruo e sbagliato per essere vero.
Mi sento triste, dici a voce alta, ma intorno a te ci sono solo i tuoi ricordi e qualche lacrima, adesso.
mercoledì, marzo 1
Essere un Supereroe
Pamela aveva diciotto anni. La sua mente no. Si era voluta fermare prima, molto prima, perché aveva capito che la vita sa essere cruda e cattiva con chi deve cresce. A volte non si riesce a credere quanta forza abbia la mente. A volte non si riesce a credere che la mente riesca a fermare anche lo sviluppo del tuo corpo. Pamela voleva rimanere bambina, e ci riuscì perfettamente. I suoi pensieri si fermarono pochi giorni dopo il suo undicesimo compleanno, e con essi anche le sue mani, le braccia, le gambe, tutto quello che faceva parte di lei, quel giorno si fermò. Dapprima nessuno se ne accorse. Passò un anno, e nonostante la sua statura fosse rimasta invariata e la scuola non fosse anadata particolamente bene, nessuno si preoccupò più di tanto.
Purtroppo anche la sua condizione familiare non permise una particolare attenzione alla cosa. Una madre poco presente, con un accennato ritardo mentale, di cui spesso ne abusavano anche occasionali avventori della loro casa. Il padre, era semplicemente il Matto del paese.
A quindici anni Pamela era diventata completamente asociale. Vagava per la città vestita del solo pigiama, in pieno inverno, con sopra un lungo cappotto di lana marrone, una delle poche cose che il padre le avesse lasciato. Dicono che sotto il cappotto portasse con se un coltello da cucina.
Una cooperativa sociale ha convinto la madre di Pamela che un lavoro avrebbe fatto bene a sua figlia, anche per trovare amici, per capire che avere uno scopo è importante per accettarsi e per accettare la vita con tutte le sue difficoltà.
Pamela ha ricominciato a vivere grazie all'aiuto di questa cooperativa che le ha offerto un lavoro, tante persone disposte ad aiutarla, a stargli vicino. Soprattutto ha conosciuto persone come lei, ha capito che non era la sola ad avere paura, a non voler crescere. Sorrideva con molta facilità, parlava di se, delle sue paure.
C'erano anche molti volontari che saltuariamente aiutavano chi lavorava nella cooperativa. Soprattutto ad organizzare dei fantastici fine settimana, con giochi, gite, e quanto altro servisse a far vivere normalmente chi non conosceva la normalità.
Fra questi volontari, c'ero anche io.
Pamela era felice, aveva diciotto anni, ma la sua mente ed il suo corpo erano fermi a sette anni prima. Era una bambina, e come tutti i bambini per sconfiggere le paure, si creano dei piccoli mondi, delle piccole fantasie. Tra queste, lei si era scelta i suoi Supereroi.
Essere Supereroi non era semplice. Non bastava esserle simpatici. Pamela aveva una metodica e delle precise regole selettive. Ovviamente nessuno sapeva quali fossero, e perché lei decidesse di eleggere un Supereroe. Comuqnue tutti sapevano che chi era Supereroe era una persona speciale, qualcosa di più. I primi Supereroi furono simultaneamente Gianluca e Otto
Quando anche Sara fu designata Supereroe, ci fu una lunga discussione, e nonostante in diversi sostenessero che si dovesse definire Supereroa, con la "a" finale, Pamela tolse ogni dubbio affermando che, anche se era una femmina, un Supereroe è Supereroe e basta.
Poi un giorno toccò a me essere eletto Supereroe. Non sono mai riuscito a capire perché, non sono mai riuscito a descivere il mio stato d'animo quando mi venne comunicato, tramite messaggio segreto da parte di Sara Supereroe.
Ne sono sempre andato fiero, come si può portare con orgoglio una qualsiasi investitura. Essere speciale per una persona, anche se per una fantasia, essere considerato migliore di altri è un privilegio che pochi possono vantare.
Era una cosa che mi faceva essere ancora più voglioso di aiutare gli altri. Avevo un onore ed un privilegio da difendere, e per nulla al mondo avrei voluto perdere il mio titolo di Supereroe.
Dopo un po' di tempo mi sono reso conto che Pamela, con il suo semplice considerarmi Supereroe, mi ha aiutato. Mi ha aiutato ad essere più attento agli altri, a considerare al mio pari chi ha difficoltà ad essere accettato. A non lasciare solo chi ha bisogno di aiuto. Soprattutto mi ha aiutato a capire che sono i gesti semplici che rendono le persone migliori.
Poi è passato del tempo, e tante cose sono cambiate. Le persone si allontanano, le esperienze cambiano, le persone crescono. Pamela oggi avrebbe ventisei anni. Pamela era felice, si addormentava sorridendo e faceva dei bei sogni. Era serena. Forse si era stancata di tenere rinchiusi i suoi pensieri ed i suoi sogni nel corpo di una bambina, ma era troppo tardi per iniziare a crescere.
Come tanti anni prima decise di smettere di crescere, una mattina decise di non svegliarsi. Probabilmente stava sognando qualcosa di bello, qualcosa che avrebbe sempre voluto, forse la vita che desiderava.
Il suo cuore si è fermato li, nel suo sogno più bello. A tutte le persone che ha conosciuto ha lasciato un buco da qualche parte dentro, come sempre quando muore qualcuno.
Quello che Pamela mi ha insegnato non lo dimenticherò mai, lo porterò sempre con me e cercherò di insegnarlo anche a mio figlio. Ma un Supereroe no, non lo sarò più. Lo sarò solo per lei che mi ha dato questo privilegio.
Purtroppo anche la sua condizione familiare non permise una particolare attenzione alla cosa. Una madre poco presente, con un accennato ritardo mentale, di cui spesso ne abusavano anche occasionali avventori della loro casa. Il padre, era semplicemente il Matto del paese.
A quindici anni Pamela era diventata completamente asociale. Vagava per la città vestita del solo pigiama, in pieno inverno, con sopra un lungo cappotto di lana marrone, una delle poche cose che il padre le avesse lasciato. Dicono che sotto il cappotto portasse con se un coltello da cucina.
Una cooperativa sociale ha convinto la madre di Pamela che un lavoro avrebbe fatto bene a sua figlia, anche per trovare amici, per capire che avere uno scopo è importante per accettarsi e per accettare la vita con tutte le sue difficoltà.
Pamela ha ricominciato a vivere grazie all'aiuto di questa cooperativa che le ha offerto un lavoro, tante persone disposte ad aiutarla, a stargli vicino. Soprattutto ha conosciuto persone come lei, ha capito che non era la sola ad avere paura, a non voler crescere. Sorrideva con molta facilità, parlava di se, delle sue paure.
C'erano anche molti volontari che saltuariamente aiutavano chi lavorava nella cooperativa. Soprattutto ad organizzare dei fantastici fine settimana, con giochi, gite, e quanto altro servisse a far vivere normalmente chi non conosceva la normalità.
Fra questi volontari, c'ero anche io.
Pamela era felice, aveva diciotto anni, ma la sua mente ed il suo corpo erano fermi a sette anni prima. Era una bambina, e come tutti i bambini per sconfiggere le paure, si creano dei piccoli mondi, delle piccole fantasie. Tra queste, lei si era scelta i suoi Supereroi.
Essere Supereroi non era semplice. Non bastava esserle simpatici. Pamela aveva una metodica e delle precise regole selettive. Ovviamente nessuno sapeva quali fossero, e perché lei decidesse di eleggere un Supereroe. Comuqnue tutti sapevano che chi era Supereroe era una persona speciale, qualcosa di più. I primi Supereroi furono simultaneamente Gianluca e Otto
Quando anche Sara fu designata Supereroe, ci fu una lunga discussione, e nonostante in diversi sostenessero che si dovesse definire Supereroa, con la "a" finale, Pamela tolse ogni dubbio affermando che, anche se era una femmina, un Supereroe è Supereroe e basta.
Poi un giorno toccò a me essere eletto Supereroe. Non sono mai riuscito a capire perché, non sono mai riuscito a descivere il mio stato d'animo quando mi venne comunicato, tramite messaggio segreto da parte di Sara Supereroe.
Ne sono sempre andato fiero, come si può portare con orgoglio una qualsiasi investitura. Essere speciale per una persona, anche se per una fantasia, essere considerato migliore di altri è un privilegio che pochi possono vantare.
Era una cosa che mi faceva essere ancora più voglioso di aiutare gli altri. Avevo un onore ed un privilegio da difendere, e per nulla al mondo avrei voluto perdere il mio titolo di Supereroe.
Dopo un po' di tempo mi sono reso conto che Pamela, con il suo semplice considerarmi Supereroe, mi ha aiutato. Mi ha aiutato ad essere più attento agli altri, a considerare al mio pari chi ha difficoltà ad essere accettato. A non lasciare solo chi ha bisogno di aiuto. Soprattutto mi ha aiutato a capire che sono i gesti semplici che rendono le persone migliori.
Poi è passato del tempo, e tante cose sono cambiate. Le persone si allontanano, le esperienze cambiano, le persone crescono. Pamela oggi avrebbe ventisei anni. Pamela era felice, si addormentava sorridendo e faceva dei bei sogni. Era serena. Forse si era stancata di tenere rinchiusi i suoi pensieri ed i suoi sogni nel corpo di una bambina, ma era troppo tardi per iniziare a crescere.
Come tanti anni prima decise di smettere di crescere, una mattina decise di non svegliarsi. Probabilmente stava sognando qualcosa di bello, qualcosa che avrebbe sempre voluto, forse la vita che desiderava.
Il suo cuore si è fermato li, nel suo sogno più bello. A tutte le persone che ha conosciuto ha lasciato un buco da qualche parte dentro, come sempre quando muore qualcuno.
Quello che Pamela mi ha insegnato non lo dimenticherò mai, lo porterò sempre con me e cercherò di insegnarlo anche a mio figlio. Ma un Supereroe no, non lo sarò più. Lo sarò solo per lei che mi ha dato questo privilegio.
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