mercoledì, luglio 6

LACRIME (Epilogo)

A Nicoletta non penso più. Ad essere sincero, non ci ho mai pensato. Lo dico senza nessun rimorso, dopotutto sono il più finto supereroe della terra, perché mai dovrei sentire rimorso? Di cosa poi? Non ho mai fatto discorsi con lei del tipo. Ne ho solo preso quello che c’era da prendere. Io che avrei dato il mondo, se solo.
A Nicoletta non penso più. Non ci ho mai pensato, veramente, ma è bene mettere in chiaro che a Nicoletta ci pensano più gli altri che non sanno niente piuttosto io che so tutto. Mi fanno ridere. Mi chiedono come sta Nico come se la conoscessero da una vita, loro che nemmeno sanno quante dita ha nelle mani. Comunque, ad essere sincero non l’ho mai pensata, Nico. Forse perché mentre le stringevo le mani non capivo che non provavo niente per lei, che vedevo in lei l’immagine distorta di una bambina di marzapane che stava a trecento chilometri di distanza, col mio cuore nelle mani mentre se la faceva con un altro, la bambina. Ed io incancellabile coglione bastardo che crede ancora che più della metà delle persone del mondo siano buone. La verità è che nessuno ti rispetta se ami qualcuno.
Non sono mai stato un supereroe. Un po’ vi odio tutti per questo, perché vi insinuate nel mio cranio indifeso con enormi cartelloni fuorescenti a letterone nere con su scritto robe tipo 6 UN GRANDE o addirittura SEI UN SUPEREROE. Non è vero. Sono il più infame scrittore emotivo che voi potevate incontrare. Sono il più disonesto imbrattatele dei vostri pensieri mascherato da cucciolo. Sono io che, nascosto da questo immenso e bastardo mantello di lontananze, inizia ogni notte a camminare sul soffitto dei vostri sogni gracchiando come un vecchio grundig dalla puntina rotta.
Non sono mai stato un supereroe. Forse è anche per questo che mentre pedalo mi sento la faccia stanca di smandibolare parole di canzoni che non suonerò mai, che in pratica si perderanno invischiate nel fondo del mio limbo mnemonico.
Scarto sulla destra rapido per non investire una vecchia zoppicante col mio mitico destriero Aquilante, classe 1953, uno dei tanti sfornati dalle mani del sapiente ciclofattore Ettore Bianchi. Solo dopo mi accorgo del trillo minimal-borghesotto che fende l’aria densa di calore marzolino fino ad investire le mie iliàdiche protuberanze fonosensibili. Mi accosto, magico ed interdetto, all’unico marciapiede che mi divide dalla società passeggiatrice.
Una volta fermo, recito la formula segreta che permette di scoprire le inconfessabili vicissitudini del Resto Del Mondo:
“Pronto?”
“Ciao, sono Giulia”, dice una voce metallescente proveniente dal mio fonoscopico mattoncino lego in costante contatto con tutto l’universo.
Quasi ci rimango secco a sentire quella voce di caremello&sale dopo tanto tempo. Quasi un mese, mi sembra. Pensavo di essere già stato sistemato in uno dei loculi della sua mente, ed invece eccomi qua, a parlare con la fantastica Gì dopo un’inaspettata riesumazione telefonica. Quantunque.
“Ti va di venire a cena da noi, domani sera?”, mi scodella così, dolce e solida come la panna. Ci rimango secco una volta di più, e sorrido questa volta, ebbro di cotanta femminea lusingaggine. Peccato che lei non mi veda. Mi viene un po’ di malinconia a pensarla, come quando hai la sicurezza di aver perso qualcosa ma non riesci a focalizzare bene cos’è che hai perso. Ma non vi preoccupate, che noi due non è che ci siamo mai neanche. E sì che ci abbiamo provato, prima io e poi lei, con cennette a due, cinema a quattro, bische a sei e robe così, ma nulla, più delle sflipperate galattiche al Virtual Game o le magnifiche serate a ramino biscotti e chianti, non ci sono mai venute cose. Sarà che più che una persona da amare, noi avevamo bisogno di qualcuno da rispettare. Io & Giulia, intendo. Per questo mi piace riascoltarla, quella voce di caramello e sale.
“Allora occhei, a domani sera, puntuale, ALLEOTTOMIRACCOMANDO!!”, mi dice senza farmi pensare. Perché è questo che a lei basta, tante volte, un semplice Fammi Pensare buttato giù come fosse un montenegro dopo il caffè.
Sono comunque felice come prima. Né di più né di meno. Non mi emozionano minimamente, queste cose. Tutto quello che mi capita, ora, mi sembra semplicemente normale. Non dico MONOTONO. Dico che è tutto normale, ACCETTABILE ecco. Niente può più supirmi, adesso. Potrei farlo se una fantastica desdemona fanciulla venisse fiondata, direttamente dai risvolti narcolettici delle mie imperiture elaborazioni psichiche, ad una più onesta e palpabile realtà. Ma questo non accadrà mai. Quindi, niente può stupirmi.
Pedalo di nuovo, per iniziare a scrivere nuove canzoni da gettare nell’abisso assurdo delle dimenticanze, tutte ben chiuse in scatole di cartone tenute a forza dal nastro isolante o costipate in vecchie 127 verde vescica.

La sera dopo il vecchio Aquilante rimase chiuso nella sua scuderia ad aggiungere altra ruggine alla sua catena, mentre contemporaneamente le suole delle mie scarpe falcavano, alternandosi in relative simmetrie, i pantomimici marciapiedi in pietra serena. Avevo gli Afterhours in concerto tutti nella mia testa (col mitico Manuel Agnelli ad urlarmi “Germi” diretta nelle orecchie) ed uno strano senso di disagio impermeabilizzatosi sulla mia cute.
Di solito, quando vengo invitato a qualche festino fra gente consapevole, mi piace lasciasmi accompagnare da svariate concentrazioni alcoliche che vengono comunemente definite borghetti, martinibianco o montenegro, ma che per me si vestono di affascinanti aromaticità mature e sensuali. Mi capitava spesso di presentarmi, agli immaturi e consueti baccanali che Lori e Liz organizzavano ogni sabato sera, preceduto da una bellissima bottiglia di OldRomagna ottimamente addestrata, ma in quelle occasioni ero avvolto dalla sicurezza che tali doni non avrebbero mai visto le lancette arrivare ad indicare le undicidisera.
Ma ora mi stavo dirigendo, incauto ed infelice, ad una cena inventata per caso da due analcoliche ed alipidiche studentesse universitarie, in probabillissima presenza di due o tre o quattro coppiette inutili farcite di salatini e crodini.
Spensi la voce del Manuel nello stesso istante in cui il campanello emise, languido, il suo unico Dlin Dlon.
Gli occhi avidi di colore della studentella italofrancese Vivienne, attualmente nullafacente nonché convivente di Gì, mi furono addosso prima ancora che la porta fosse totalmente aperta. Li deviai con rispetto e cautela, non si sa mai.
“Ah, ciao. Entra.”
Nella sala da pranzo-soggiorno-studio-biblioteca e quanto altro ancora può essere destinato all’unica stanza comunitaria di un trilocale con bagno, non c’era nessuno. Neanche la tavola era ancora imbandita a festa, solo una tovaglia a fiori l’avvolgeva tiepidamente. In un attimo mi accorsi di quante piccole cose nuove fosse stata riempita quella stanza, e consapevolmente mi risposi che in un mese si possono fare moltissime cose, tipo comprare una sedia a dondolo e metterla accanto alla finestra che da sul vicolo, o attaccare con lo scotch alle pareti svariate stampe in bianco e nero di una Firenze alquanto improbabile ed antica, o cambiare il vecchio ficus con un più moderno ed inospitale cactus ultraspinoso & sferico. In cucina Giulia stava sminuzzando accuratamente vari ortaggi tipo cipolle sedani e carote, tutti da mescolare e soffriggere nell’olio, ché a lei piace tanto vedere quei piccoli tocchetti scoppiettare e sfrigolare allegri nel ventre di una padella, e poi amalgamarli col pomodoro a pezzettoni con cura ed alla fine un filo di panna, giusto per dargli quel colore soffice ed appetitoso, non so se rendo.
Vavà intanto prese cinque piatti da una specie di libreria-credenza, e questo, vi giuro, mi spaventò non poco. Piano piano mi sussurrai nella mente chi poteva venire, quella sera, a cena, con me e le altre due corsare universaiole.
“È una sorpresa”, disse Giulia. L’ultima volta che mi ha detto una frase tipo questa, mi sono trovato in una sala cinematografica a vedere l’anteprima nazionale di Viola Bacia Tutti con alle mie spalle Pieraccioni Ceccherini Veronesi e Rita Rusic-Gori, non so se rendo l’idea. Potevo aspettarmi di tutto, adesso, anche di vederci entrare Irene Grandi da quella porta, tipo.
E allora presi posto a tavola, intanto che le non-ancora-laureande preparavano le ultime piccolezze per rendere tutto pressoché perfetto.
Il sandemann è l’unica cosa alcolica che piace a Vavà, oltre al chianti, ma il mitico toscanissimo rosso è prioritariamente destinato ad allietare la cena, quindi non rimane che sbicchierare via svariate dosi di vino bianco aromatico spagnolo come aperitivo. È anche l’unica cosa certa che so di Vavà. È un tipo riservato, la tizia, classica italofrancese che non ha voglia di fare un cazzo se non passeggiate avanti e dietro per i lungarni, ammirarci i tramonti soprattutto, credo. Quantunque.
Al primo Dlin Dlon alzo la testa dal bicchiere.
Al secondo Dlin Dlon sono già sulla dirittura d’arrivo della maniglia.
Al terzo Dlin Dlon apro la porta e mi viene voglia di svenire o dire che hanno sbagliato appartamento a quei due stretti mano nella mano con una boccia di martinibianco a guarnire il tutto.
“Ciao, come va?”
Non sembra tanto meravigliata di vedermi, anzi sorride pure, come se avesse saputo che le avrei aperto io, alla Nicoletta. Io vorrei svenire, e si capisce dalle labbra che rimangono aperte e non vogliono proprio saperne di richiudersi. Proprio una bella sorpresa, mi dico. Proprio una bella sorpresa di merda. Proprio una bella cazzo di sorpresa di merda.
“Piacere, sono Alessandro”, mi dice lui, moro alto e pure abbronzato. Dove cazzo si è abbronzato questo, a marzo? Anche se. In effetti il confronto non regge. Molto meglio di.
Nicoletta si fa spazio fra gli sguardi per entrare mandando in avanscoperta il pancione di quattro mesi che si porta appresso. Forse ci nasconde un uovo di pasqua, di quelli della kinder con dentro bugs bunny o yoghi. Non essere idiota. Lo sai benissimo che lì dentro ci tiene nascosto un gioiello tenero e cucciolo. Non appena si lascia avvolgere dal calore dolce dell’appartamento, subito Vavà e Gì le sono addosso con mille abbracci e baci e comestai e titrovobene. Bella sorpresa del cazzo. Proprio una bella merda di sorpresa del cazzo.

Sul tavolo ci sono solo piatti sporchi di sugo e cenere e bucce di frutta varia, quattro bottiglie di chianti, un sandemann già defunto ore addietro con la scusa dell’aperitivo, svariati pacchetti vuoti di sigarette. Solo il mitico bottiglione di martinibianco spicca per la sua mezzapienezza al centro del tavolo, comunque alla distanza sufficiente per poterla raggiungere col mio braccio e svuotarne il contenuto nel mio e nell’alexandero calicino. Abbiamo parlato a lungo, io ed il tizio. È più simpatico di quanto credessi, io ed il tizio. È comunque una grantestadicazzo, il tizio.
Ogni tanto lancio un occhio a favore del profilo comico e rilassato del pancione, e ogni tanto anche alla padrona, questa mistica, e chissà perché mi balzano alla mente tutti quegli hamburger e patatine ingozzati a forza, o le irripetibili ore passate a massacrare avversari assurdi all’ultimo street fighter, e mi compiaccio del fatto che mentre parlavamo, a quei tempi, lei non avesse mai pronunciato la fatidica frase Ho Voglia Di. Penso che lì dentro, comunque, si possa stare anche bene. Lo diceva anche l’ormai divino Paz, Non c’è cosa più dolce che addormentarsi sul ventre della donna che.
Chissà perché mi viene voglia di chiudere gli occhi come se stessi seduto su una panchina dei giardini di boboli, magari sotto un fantastico pergolato che copre tutto il viale, tipo.
Nico, ora ho paura a pensare, a vederti sorridere. Immagino tutto il tempo che ti aspetta fuori della porta, mentre passerai a rincorrere tutti questi anni per non perderli definitivamente. Mi stupisco mentre cerco di capire quale vita hai scelto, e l’unica cosa che so è che mi hai sconfitto, io che cercavo di. Lo vedo che già sei vecchia di dieci anni, con le ore passate a non sporcarti le mani, ed il ricordo di giorni fulminati per le strade di Firenze perso come una vecchia foto a colori polaroid, e lo vedi anche tu, non è vero? Anche adesso, che mi guardi sorridente per quel goccio in più che fa sorridere, e dici che Samuel è un bel nome, che se è maschio lo chiami Samuel, ché come nome piace tanto anche ad Alessandro. Nico, a ventanni ed una fede al dito, non ti ci vedo proprio a mettere da parte i tuoi sorrisi di zucchero filato e le parole morbide di chi mangia bomboloni alla crema. Ma sì, chiamalo pure Samuel il tuo bambino, così magari fra trentanni ti ricorderai ancora di quella foto a colori polaroid, di corse assurde per non perdere l’ultimo autobus, di campanelli suonati da due pirati ventenni, di immense pinte schiantate nei peggio bar, di giorni d’inverno col sole d’agosto e giardini di boboli a fare da contorno. Ma sì, chiamalo così il tuo bambino, che tutto possa balzarti in mente mentre sfiori lo sguardo innocente e cicciotto di un bimbo che già corre come il vento senza lacrime, senza che ti chieda perché ti piaceva quel nome e come mai ogni tanto accarezzandogli la testa guardi il cielo ed è come se, per un attimo


a Pamela

sabato, luglio 2

Sorridimi di nuovo

Presi il resto e me ne andai, senza sorridere o dire buongiorno. Neanche mi aspettai che qualcuno me lo dicesse. In fondo avevo speso quei soldi solo per comprarti un gelato, non certo per sentirmi regalare un fasullo augurio di buona giornata. Mi ricordo di questo.
Ora, in qualsiasi cosa io faccia, cerco uno stimolo per dimenticare. Come se una qualsiasi monotona azione possa avere il potere di cancellare tutto il mio passato, tutto ciò che ha influito sulla mia vita.
L’unica cosa che non sembra voler cambiare è l’aria. Nonostante i miei ripetuti sforzi, non riesco ad immaginarne un tipo diverso da quella che avvolge chiunque si trovi, ora, nel parco.
Quel giorno l’erba vibrava verde e luminosa, smossa lievemente da quel tiepido venticello d’aprile. Chissà quante volte un fiore è sbocciato e io non me ne sono accorto, mi chiedevo. E intanto guardavo le api infilarsi in quei lunghi cunicoli di calendule per poi posarsi sulle margherite bianche e umide.
Non voglio collegare questo mio improvviso attaccamento ai particolari al fatto che la mia piccola sia morta. Non voglio farlo. Assolutamente. Mi sembra un accostamento troppo triste. La morte e la primavera. Stonano.
Se tu fossi morta in autunno, magari avrei continuato a vivere odiando il freddo dell’essere soli e secchi come i rami degli alberi.
Ma non riesco a vederti qui, immobile ed impassibile, distesa su questa immensa coltre di petali. È triste pensare che tu possa essere avvolta da tanta dolcezza e non poterne colgliere il profumo, la tenerezza, il candore splendido.
Le risa dei bambini esploravano tutto il parco. Vorrei dimenticarlo. Ti innamoravi dei bambini con estrema facilità, è vero, ed io a volte mi sentivo geloso. Quel giorno poi era impossibile non esserne geloso. Giuro che avrei preferito averti fra le mie braccia, piuttosto che vederti giocare con tutti quei marmocchi. Mi ricordo con quanta foga cercavi di rincorrere quelle risa tra i fiori e l’erba e le altalene e le trecce di capelli. Per un attimo pensai di essere escluso dai tuoi pensieri, ti giuro, e per questo rimasi solo a guardarti. Mi ricordo come accarezzavi quei bambini, e come la loro mamme ti sorridevano quando dicevi che i loro bambini erano i più belli che tu avessi mai visto. Mi ricordo come ti facevi amare per la tua gioia.
Piano piano mi piombasti alle spalle cogliendomi di sorpresa. Proprio non me la aspettavo una tale mossa. Rotolammo fra l’erba ed i fiori. Mi ricordo anche di questo. E di quanto sorridevi. Mi ricordo i tuoi sorrisi. Non irradiavano niente, né luce né passione o altro. Erano dei semplici sorrisi, e forse per questo i più belli che avessi mai visto. I più sinceri.
Voglio averne molti di bambini, mi dicesti. Fu allora che veramente mi sentii stupido. Ma adesso non sei più viva, e con chissà quali altre cose starai giocando.
La ghiaia quel giorno sembrava essere più bianca del solito, come quella candida ghiaia che il mio babbo usa ancora per fare il presepe. Era questo che mi faceva venire in mente quel viottolo nel parco, anche se era aprile inoltrato. Al presepe ed ai Re Magi. Forse perché mi rendevi felice come un bimbo a Natale.
Mi ami, mi chiedesti così, all’improvviso. Subito rimasi male, come se dicesti a Cristo se crede in Dio. Perché me lo chiedi, dissi. Ancora oggi aspetto quella risposta. E proprio come ora, la luce ti portò via. Chissà quante altre cose sono rimaste nella tua testa, quanti sogni, quante parole.
Ti alzasti di nuovo per sederti per terra, sul prato, accanto a quella grande ginestra che ancora adesso impera in quel piccolo angolo verde. Non amavi stare seduta sulle panchine di ferro. Anche di questo mi ricordo.
Anch’io volevo quello che tu volevi, ma non perché volevo farti contenta, ma perché ci credevo. Per questo ami una persona. Perché credi nelle stesse cose.
Ti amai nel solo modo che conoscessi, con tutto me stesso, perché era l’unico modo per ringraziarti.
Mi ricordo che quel giorno ci abbracciammo rotolandoci di nuovo nell’erba, e mi ricordo anche tutte le parole che il giardiniere ci tirò dietro. Non potevo immaginare che non ci saremmo più rivisti. Mi ricordo che volevo dirti ti amo ma non lo feci. Lo pensai soltanto. Forse è per questo che sono triste.
Con questo sole non è giusto essere tristi, dicesti. Era bello vederti allegra. Felice di poter toccare un bambino, di odorare le mille essenze dei prati, di ripararti all’ombra degli alberi, di vedere gli insetti volare.
Quando vedevi le cose morire, ti intristivi. Eri volubile. Mi ricordo di questo. A volte ti bastava un niente per farti cambiare di umore.
Fra le mani mi faccio tintinnare le monete del mio resto. Ho fatto ristampare una tua vecchia foto. Di quando era possibile stringerci forte. Non la terrò per ricordo, né la farò incorniciare. Il suo posto non è fra le pareti che ci hanno sentito sorridere. Ti ho già detto che vorrei dimenticare, adesso.
Ho trovato un prato, lo stesso dove i bambini giocavano con te, e in un angolo c’è una grande imponente ginestra. Fra i suoi rami potrai riposare al sicuro ed ascoltare i bambini giocare. E quando ne avrai voglia potrai sorridere di nuovo e rotolarti nell’erba, mia piccola.